La parola romanzo deriva dal termine francese antico
romanz o roman, che è una abbreviazione della
locuzione latina romanice loqui, cioè "parlare
in lingua romanza", vale a dire in lingua di
derivazione latina.
I primi testi ad essere chiamati "romanzi"
appartengono alla letteratura francese delle origini
che ancora non si distingue del tutto da quella delle
altre nazioni europee che hanno in comune la stessa
eredità linguistica e cioè il latino.
Il romanzo si distingue dalla novella o racconto per
la lunghezza e pertanto anche dalla maggiore complessità,
cioè tempi più lunghi, vicende ed ambienti
più elaborati, maggior numero di personaggi.
Esistono comunque romanzi brevi, così come
esistono racconti lunghi.
Deve essere comunque chiarito che, se in italiano,
il termine romanzo si riferisce a qualunque narrazione
lunga in prosa, in inglese romance sta ad indicare
le forme narrative di carattere eroico-mitiche tendenti
all'allegoria e in cui si presentano elementi di fantastico,
mentre le narrazioni in cui la rappresentazione della
vita e la cornice sociale sono realistiche vengono
indicate con il termine novel.
STORIA DEL ROMANZO
Sebbene la parola romanzo abbia fatto la sua comparsa
in età moderna, caratteristiche ante litteram
del romanzo si ritrovano in numerose opere antiche.
Specialmente in età ellenistica infatti i gusti
letterari tesero a narrazioni di vario genere, dall'epico
al mitologico, dall'umano al fantastico, caratterizzate
da una lunghezza piuttosto limitata a dispetto della
tradizione omerica. Negli anni che vanno dal Cinquecento
al Seicento materia della narrazione è il verosimile
e il romanzo si trova in una posizione intermedia
tra storia ed epica.
A questo proposito sono d'esempio i romanzi picareschi,
con la loro pluralità di scrittura e di riferimento
a diversi sottogeneri, come il cavalleresco e l'avventuroso.
Il primo vero antiromance di questo periodo è
da considerarsi il Don Chisciotte (1605-1615) che,
grazie alla sua forma che demistifica la tradizione
cavalleresca e cortese, rappresenta la prima opera
letteraria classificabile come "romanzo".
Ma è solo alla fine del Seicento che l'idea
di fiction prende piede nella produzione letteraria
e così il romanzo comincia a prendere forma
e a guadagnare uno spazio tra i generi letterari.
Fu caratteristico del Seicento il nascere e diffondersi,
soprattutto in Francia, del romanzo, cioè di
una letteratura narrativa di ampiezza e complessità
assai maggiori della novella e destinata alla lettura,
più amena e di svago che letteraria, di un
largo pubblico.
Il carattere ameno fu quello stigmatizzato ferocemente
dai moralisti del tempo, che lo osteggiarono per lungo
tempo (un'ordinanza settecentesca della corona di
Spagna, che agiva in pieno accordo con la Chiesa,
proibiva la diffusione dei romanzi in tutte le colonie
americane a causa della vacuità, della presunta
dannosità per i costumi del nuovo genere letterario).
In realtà i primi veri romanzi sono da attribuire
alla prima metà del Settecento.
Essi si volgono nella direzione dell'epistolario e
delle memorie dove la forma narrativa che viene adottata
in prevalenza, diventa quella che tende di più
all'autenticità e alla verosimiglianza.
I primi veri romanzi sono quelli di Samuel Richardson,
con Pamela o la virtù premiata, autore del
primo fortunato romanzo della nuova narrativa inglese
e Henry Fielding che compone nel 1749 Tom Jones in
cui, oltre a raccontare le vicende di un individuo
e descrivere la società del suo tempo, ragiona
anche sul romanzo e sul suo eroe.
Intanto in Francia Jean-Jacques Rousseau scrive la
Nuova Eloise nel 1761 e Denis Diderot, con Jacques
il Fatalista mostra una nuova funzione del narratore
ed è il primo a compiere una vera e propria
operazione di smontaggio della narrazione.
Verso la fine del secolo si sviluppa un altro filone
tematico che è quello del libertinaggio; ne
sono esempi le opere di Sade e, in particolare, le
Relazioni pericolose (Les liaisons dangereuses) del
1782 di Choderlos de Laclos che segna una tappa importante
nella storia del romanzo settecentesco.
Così rivendicata la qualità del nuovo
genere, appare in Inghilterra, un importante testo,
La vita e le opinioni di Tristram Shandy gentiluomo
e il romanzo, rifiutando tutti i codici correnti,
viene a rappresentare una nuova fase di rottura e
un punto insieme di arrivo e di partenza per tutta
la storia letteraria europea.
Quello che cambia in tutta Europa agli inizi dell'Ottocento
è l'intera società: l'avvento della
borghesia e del nazionalismo, di spinte rinnovatrici,
catalizza nel romanzo le inquietudini di un'intera
epoca, con accenti diversi a seconda del Paese interessato:
Franco Moretti, ne Il romanzo di formazione (Einaudi
1999) ce ne dà un esempio brillante parlando
del differente modo in cui prende forma la narrazione
della crescita, culturale e morale prima che fisica,
di un adolescente in Francia, in Germania e in Gran
Bretagna. Piace ai lettori dell'epoca il tema dello
sviluppo dell'individuo, già trattato nel secolo
precedente da Johann Wolfgang Goethe nel Werther e
poi affrontato successivamente da Stendhal, con il
personaggio di Julien Sorel, protagonista del Rosso
e Nero del 1830. E poi Balzac, Dickens: una società
che cresce, si esprime narrando la crescita dei suoi
eroi.
Gli argomenti-cardine di tutta la narrativa realistica
e in special modo di quello che Roland Barthes definisce
"romanzo assoluto" e cioè La commedia
umana di Balzac, sono la famiglia, le vicende e i
rapporti che si realizzano al suo interno e che influenzeranno
tutta la letteratura sia in Francia che fuori.
Grande fortuna ha anche il genere del romanzo storico
rappresentato non solo dal capolavoro di Alessandro
Manzoni, ma, prima di esso, da tutta l'opera di Walter
Scott che, rivolto alla "verosimiglianza"
della narrazione, rappresenta il romanzo realistico
del Settecento.
Nell'Italia del Settecento il romanzo ha una vita
stentata, sia per ragioni storico-sociologiche, sia
per ragioni teorico-estetiche che portavano a guardare
con diffidenza a una forma narrativa così diversa
da quella tradizionale.
Ancora nella seconda metà del Settecento si
assiste al persistere del romanzo ispirato ai modelli
stranieri, con le caratteristiche dell'avventura e
della completa assenza di problematicità dei
personaggi.
Perché potesse nascere un discorso narrativo
complesso doveva arrivare Ugo Foscolo che, con il
suo Jacopo Ortis del 1802" dà il segnale
di una nuova transizione formale" anche in Italia.
Vicino alle Ultime lettere di Jacopo Ortis, testo
fondamentale per la narrativa italiana di primo Ottocento,
vi saranno I promessi sposi, romanzo che ha un altro
modo di condurre la narrazione e in cui il narratore
finirà per assumersi "la piena responsabilità
di autore, di interprete ironico ed esplicito della
storia".
Nella seconda metà del secolo è importante
il fenomeno della letteratura d'appendice che consente
al lettore il processo di immedesimazione nella vicenda.
Agli inizi del nostro secolo nascerà il romanzo
sperimentale di Émile Zola in Francia. Il naturalismo
francese influenzerà in Italia il romanzo verista
di Luigi Capuana e Giovanni Verga.
Il romanzo è, a questo punto, un genere conosciuto
e rispettato, almeno nelle sue espressioni più
elevate ( i "classici"): con il Novecento
la forma del romanzo, e più in generale l'intera
cultura, è "investita da un vero turbine".
Appaiono all'orizzonte culturale e filosofico la psicoanalisi
di Sigmund Freud, la logica di Ludwig Wittgenstein,
la linguistica di Ferdinand de Saussure e anche la
tecnica narrativa cerca di adeguarsi.
Dopo aver cercato rifugio nella rappresentazione di
classi subalterne (scrittori veristi) oppure di classi
alte (quelle narrate da Gabriele D'Annunzio), il romanzo
non può più essere basato sulla relatività
ed esso modifica la sua struttura: la trama spesso
scompare, non esiste necessariamente una relazione
tra la rappresentazione spaziale con l'ambiente, all'andamento
cronologico si sostituisce un dissolvimento del percorso
temporale e nasce un nuovo rapporto tra il tempo e
l'intreccio (Italo Svevo, La coscienza di Zeno ).
Cambia anche la tipologia del personaggio. Termina
il mito dell'eroe che viene sostituito dai nuovi antieroi
i cui tratti principali sono il senso di frustrazione,
la perdita della propria identità, la mancanza
di unità psichica, la sensazione di non essere
autentici. (Luigi Pirandello del Il fu Mattia Pascal
e di Uno, nessuno, cento mila, Musil ne L'uomo senza
qualità).
I protagonisti sono gli inetti, gli uomini, appunto,
senza qualità alcuna, gli ammalati fisici e
psichici, dei quali spesso si mette in scena l'inutilità
dell'azione e della parola.
I problemi per il romanzo del Novecento sono ancora
quelli della voce narrante, e al narratore che presenta
il punto di vista dominante, come ne Il Piacere di
D'Annunzio si sostituiscono più punti di vista.
Nel 1929, data che il critico letterario Giacomo Debenedetti
fa coincidere come data di partenza per un discorso
sul romanzo del novecentesco in Italia, appare un
testo tipico per questo tipo di narrazione, Gli indifferenti
di Alberto Moravia.
Altro esempio importante di soluzione sarà,
nella seconda metà del secolo, quella adottata
da Carlo Emilio Gadda in Quer pasticciaccio brutto
de via Merulana (1957).
Ma in nessuno di questi casi viene però completamente
eliminata la funzione del narratore. Lo farà
Italo Calvino nel romanzo Se una notte d'inverno un
viaggiatore nel 1979, dove assistiamo a più
narrazioni di uno stesso materiale narrativo.
Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Romanzo
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